Non rifiutare l’ascolto (Oblivion)

AtelierD
Lo sai, fu il ricordo
d’un passato crudele
a impedirti d’ascoltare quel suono,
e fu il profumo della calla
che ti porgevo
a non farti sentir degna
d’un espressione di candore.
È stata la tua mancanza
di veli e tessuti,
il tuo mostrare ferite nude
a far barcollare
il mio passo senza pretese.
Era un passo ignorante, hai ragione,
erano inciampi su inciampi
ma d’un uomo ancora puro.
«Non può essere per me,» dicevi,
«perché per me non è mai stato prima».
“Vorrei poterlo dire,” pensavo,
“perché per me non è mai stato prima”.
Avevo un fiume nel petto
che chiedeva solo di scorrere.
Chiedeva solo il tuo ascolto,
non di essere accolto.
E poi, quel tuo sguardo perso,
perché ti coprivi il volto?
Il fiore che ti fu dato
era molto più delicato
delle tue più grandi fragilità.
Chiedeva solo il tuo silenzio
e un piccolo sorriso.
Vero, non tutti i fiori vanno colti,
né ogni offerta
dev’essere accettata.
Ma si poteva dire no
con un breve cenno del capo
con un sorriso,
solo perché non si spegnesse
la luce tra miei occhi.
Tu lo sai, hai scambiato
l’espressione d’un amore puro
per pretese di corresponsione
perché all’amore che ricevevi
non sapevi più
rivolgere un semplice sguardo.
E io sapevo che quel mio dire
era solo un sussurro
d’esistenza non ricambiato.
Avevo abbastanza cicatrici
sul volto
per poter pronunciare quelle poche lettere
senza chiedere il tuo anch’io;
ne avevo troppe poche ancora
– e ora le ho –
per impedirmi di diluire il tuo rifiuto
tra i lobi delle tue orecchie.
Perché, lo sai, l’amore chiede solo
di essere detto e riconosciuto;
e sa sempre del rischio
che il fiore si chiuda davanti al suo soffio.
L’amore muore quando non è ascoltato
non quando viene rifiutato.
L’amore muore tra le mani
di una donna-bambina
che si copre le orecchie
per non ascoltare.
Il resto, avevi ragione,
è divenuto materiale per letteratura
di basso rango,
e abbiamo entrambi dovuto
rivolgerci al cielo
per ritrovare la purezza
dopo il rifiuto.
Ora che lettere, amicizie e alfabeti arcani
ci hanno restituito
il nostro nome
– finchè non hai ripreso il tuo
il mio è rimasto per me straniero –
resta il solco d’un vissuto potente.
Ti tendo la mano del ricordo
e so che la rifiuterai;
spero stavolta con un sorriso.
Perché il cielo non gridi ancora
allo scempio del mancato ascolto.
Sergio Daniele Donati
[Le parole di Fedro]
illustrazione Dina Carruozzo Nazzaro AtelierD

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